Bisesero, io so perché la tua aria balsamica porta un brivido di gelo, perché i tuoi alberi fragranti stillano lacrime di rugiada, perché il tuo silenzio grida di dolore. Li vedo… le donne, gli anziani, i bambini nascosti fra i tuoi cespugli fioriti mentre gli uomini si battono disperati con sassi, archi, frecce, qualunque arma per salvare le loro famiglie. Le sento... le grida di paura, di rabbia, di disperazione. Le suppliche e le preghiere delle vittime. Le minacce e le urla di trionfo degli aguzzini. Bisesero come il ghetto di Varsavia. In 20.000 si sono rifugiati sulle 9 colline di Bisesero l’8 aprile 1994, quando le milizie e l’esercito hanno cominciato il massacro sistematico dei Tutsi già programmato da tempo e e scatenato dopo l’attentato che è costato la vita al dittatore Juvénal Habyarimana.
La regione era nota storicamente perché i Tutsi vi si erano rifugiati in occasione di ogni massacro fra il 1959 e il 1967. Nei mesi di aprile, maggio e giugno del 1994 vi si sono rifugiati di nuovo e hanno resistito ai miliziani e ai soldati. Ogni giorno e ogni notte gli attacchi degli assassini venivano respinti con lanci di pietre in lotte all’ultimo sangue. Affamati e stracciati, i difensori si battevano con la forza della disperazione, infliggendo perdite agli aggressori. Furibondo perché i miliziani non riuscivano ad avere ragione dei resistenti, il prefetto Kayishema ha chiesto l’intervento dell’esercito e il 18 giugno il ministro dell’Interno del GIR (il Governo Interimario Rwandese seguito alla morte del dittatore) ha mandato la truppa. Bisognava eliminare i superstiti prima dell’arrivo dei francesi, previsto per il 26 giugno con l’Operazione Turquoise. Con granate e armi automatiche, le FAR (Forze Armate Rwandesi) hanno massacrato migliaia di Tutsi che si erano rifugiati sulle colline.
Arrivato nella regione il 26 giugno, un giornalista avvisa i militari della Turquoise che i superstiti resistono ancora e dà precise indicazioni su come trovarli per portarli in salvo. Il comandante, il capitano Marin Gillier, invia una pattuglia in ricognizione. Lascio il resto alle parole di un superstite, Aaron Gakoko, 60 anni. “Ci hanno detto di uscire dai nostri nascondigli. Ci hanno detto di riunirci ai piedi delle colline, dove avrebbero potuto caricarci sui loro camion per portarci in salvo. Poi se ne sono andati, promettendo di tornare dopo 3 giorni con i camion. Abbiamo saputo soltanto più tardi che volevano soltanto consegnarci a chi aveva giurato di sterminare tutti i Tutsi. Tutti coloro che sono scesi dalle colline sono stati massacrati dai militari delle FAR."
E non c’è da stupirsi, perché i francesi identificavano i Tutsi con l’FPR, il Fronte Patriottico Rwandese (benché fosse in realtà un partito unitario aperto a tutte le etnie), il nemico da battere sotto la copertura della presunta operazione umanitaria. Soltanto l’arrivo delle forze vittoriose del FPR, il 20 luglio, ha messo fine al massacro. Di 20.000 resistenti ne erano rimasti 6000. Ricordatevi di Bisesero.
Dragor

VIGLIACCHI !
Mi riferisco ai francesi ingannatori.
Certo che ricorderemo e ricorderò.
Caro Dragor, ogni sporca guerra(in questo caso purtroppo un genocidio!) non va mai dimenticata.
La memoria dovrebbe aiutare a non cadere, più avanti nel tempo, nella stessa trappola o in qualcosa di analogo.
Ma, ahimé, non sempre è così.
Sto leggendo un libro favoloso sull'Etiopia di Menghistu, dopo la cacciata del negus.
Atrocità su atrocità.
I vincitori spesso tradiscono le aspettative anche di chi ideologicamente li ha sostenuto, perché credeva nel cambiamento in meglio.
E poi...?
Ne riparleremo.
Ancora un abbraccio,Marianna.
A presto.
Scritto da: marianna | 02/06/11 a 17:55
Cara Marianna, come avevo scritto nel 2009, nessun francese ha pagato per i crimini commessi in Rwanda. E la lista dei colpevoli e' lunga, a cominciare da quell'assassino che risponde al nome di François Mitterrand. Presto la pubblichero' e giuro che ne faro' sbattere qualcuno in galera.
Grazie di essere passata da questo post. Bisesero non interssa molto all'Europa ma e' il nostro Ghetto di Varsava. O se preferisci, la nostra Alamo.
Un abbraccio, a presto
dragor (journal intime)
Scritto da: dragor | 03/06/11 a 17:39
Come pensi che io non sarei passata a leggere una tragica pagina del Rwanda martire?
Io sono in Africa e non è un modo di dire.
Ormai dovresti averlo capito.
Ti abbraccio con affetto e gratitudine per tutto.
Marianna
Scritto da: marianna | 03/06/11 a 19:46